Alea evangelii non è un gioco come gli altri: nasce nell’VIII secolo, tra le mura di una corte anglosassone e l’aura sacra dei Vangeli, ed è forse il più misterioso tra i giochi della famiglia tafl. Non si tratta di una semplice battaglia tra eserciti, ma di un’allegoria teologica intessuta su una scacchiera 18x18, dove ogni pedina ha un significato nascosto e ogni posizione richiama un passo delle Scritture. Il nome stesso — “Alea evangelii” — deriva dalle prime parole di un manoscritto irlandese del XII secolo che descrive il gioco come una rappresentazione simbolica della fede cristiana, ispirata alle Canoni eusebiani, un sistema per confrontare i quattro Vangeli.
La scacchiera è divisa in quattro quadranti, ciascuno associato a uno dei quattro evangelisti: Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Le 67 pedine — tutte nere tranne quattro rosse — non sono semplici soldati, ma figure cariche di simbolismo. I pezzi neri derivano dalle Canoni eusebiane: il numero di pedine per ogni canone corrisponde al quadrato del suo numero di colonne, e i gruppi di pedine sono raggruppati attorno a croci che ne indicano l’origine. Al centro della scacchiera, 16 pezzi formano un diamante: rappresentano il Canone I, la base unitaria del Vangelo. Intorno a esso, i Canoni II, III e IV disegnano un cerchio che sostiene la struttura spirituale del gioco.
Le quattro pedine rosse — chiamate “diversi uomini” nel manoscritto — sono collocate in punti strategici: due appartengono a Giovanni (N14, F6), le altre due a Marco (N6, F14). Sono legate alla Passione di Cristo e rappresentano momenti chiave della redenzione. In E13, una pedina nera isolata è definita “l’uomo primario”: non appartiene a nessun evangelista, ma simboleggia l’unità della Trinità — il nucleo indissolubile che unisce i quattro Vangeli. La casella centrale, contrassegnata dal numero 1, è la sua dimora: l’essenza indivisibile di Dio.
Le pedine dei Canoni da V a IX sono disposte in linee orizzontali lungo i bordi della scacchiera, mentre le quattro pedine del Canone X occupano gli angoli dei quadranti. Nonostante il manoscritto accenni alla presenza di attaccanti e difensori — come nei giochi tafl tradizionali — non c’è distinzione visiva tra i due schieramenti: l’equilibrio è simbolico, non tattico. Eppure, la struttura del gioco suggerisce un conflitto: il centro deve essere difeso, e forse, come nei tafl, il pezzo centrale — “l’uomo primario” — deve sfuggire all’accerchiamento.
Ma qui non si tratta di conquistare o catturare. Non ci sono regole scritte per i movimenti, né un chiaro obiettivo di vittoria. Ciò che rende Alea evangelii affascinante è proprio questa ambiguità: forse fu concepito come gioco rituale, non competitivo; un esercizio spirituale in cui la disposizione delle pedine ricorda una liturgia, e ogni mossa potrebbe essere una preghiera silenziosa. L’idea che i pezzi abbiano “ranghi” — duchi, conti — fa pensare a influenze dall’arrivo del gioco degli scacchi in Europa: un incontro tra antica tradizione celtica e nuove forme di pensiero strategico.
Alea evangelii non è stato giocato per secoli. Non ha regole codificate, né vincitori. Ma proprio questo lo rende prezioso: è un ponte tra il sacro e il ludico, una mappa spirituale su cui riflettere, muovere pezzi e forse — solo forse — avvicinarsi a qualcosa di più grande della vittoria.
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