Uscito nel 1973, è l’antitesi di Monopoly: qui non costruisci imperi, li smonti.
Il tabellone è popolato da tre tipi di monopolio: oligopoli (un cerchio), trust (due cerchi) e monopoli veri e propri (tre cerchi). Ognuno rappresenta un gruppo di aziende che si alleano per controllare il mercato. Tu, come avvocato antitrust, devi accumulare “tessere accusatorie” – piccoli dischetti colorati – da piazzare su questi cerchi. Le tessere le compri dal Commissario del Bilancio, che ti dà anche un buono di credito sociale se non hai abbastanza soldi: è il tuo debito, ma anche la tua arma.
Quando riesci a coprire tutti i cerchi di una combinazione, quella società è finita. E tu guadagni punti di credito sociale, che contano per vincere. Ma attenzione: non vince chi ha più soldi in tasca, ma chi alla fine ha il maggior numero di crediti sociali accumulati. Se qualcuno rimane senza denaro, la partita finisce e si conta chi ha fatto più danni ai cartelli.
Puoi giocare in modo semplice, o sperimentare le varianti: una versione “a budget ridotto” per partite più veloci, oppure quella dello scambio, dove puoi negoziare tessere con gli altri. È un gioco che ti fa pensare a cosa significa il potere economico, senza essere noioso o troppo serio.
Anti-Monopoly non è solo un gioco da tavolo: è una storia vera. Il suo creatore, Ralph Anspach, ha combattuto per anni in tribunale contro Hasbro per avere il diritto di chiamarlo così. Ha vinto. E oggi, dopo tanti cambiamenti e confusione con la versione del 1987 (che è un gioco diverso), questa edizione originale resta una gemma rara: un’idea audace che trasforma il gioco da tavolo in una piccola lezione di economia, fatta con dadi, carte e tanta voglia di ribellione.
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