Carrom è come biliardo, ma giocato con le dita. Su una tavola quadrata di legno, i giocatori lanciano un disco pesante — lo striker — per mandare in buca altri dischetti più piccoli: i carrom-men. L’obiettivo? Sbatterli tutti nelle quattro caselle agli angoli, insieme alla regina rossa. Ognuno gioca con i suoi pezzi neri o bianchi, e chi li finisce per primo guadagna punti. La partita si vince arrivando a 25 punti, oppure dopo otto tavole completate.
Si usa un po’ di polvere sulla superficie, per far scivolare meglio i dischi — niente bastoncini, solo le dita. È si spiega in due minuti, ma difficile da padroneggiare: bisogna calibrare la forza, l’angolo e il colpo secco. Puoi giocare in due, a coppie o in solitario contro gli altri. Le strategie si sviluppano piano, tra tiri precisi e finte subdole.
Non è pool, non è crokinole: ha un suo ritmo tutto suo, una danza silenziosa di legno su legno. Le origini sono incerte — forse dall’India, o da qualche luogo dell’Asia meridionale — ma oggi è diffuso in tutto il mondo, con regole ufficiali e tornei internazionali. Il fascino sta proprio nella sua apparente semplicità: un tavolo, pochi pezzi, e tanta abilità da mettere in gioco con una sola mossa. Non serve molto per divertirsi — solo un po’ di pazienza, un buon colpo d’occhio... e la voglia di provare ancora.
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