C’è un gioco che ha fatto divertire bambini e adulti per più di quattro secoli, senza bisogno di regole complesse o pezzi speciali: il Gioco dell’Oca. Nato forse da antichi giochi egizi, arrivò in Europa nel XVI secolo e si diffuse come un incendio tra le corti e le case dei nobili, fino a diventare uno dei primi giochi da tavolo famosi in tutta la continent.
L’idea è semplice: una pista a forma di chiocciola, con 63 caselle colorate e disegni vivaci. Ogni giocatore ha un pedino e, a turno, lancia due dadi per sapere quante case avanzare. Il traguardo è arrivare esattamente alla casella numero 63: se superi la fine, devi tornare indietro di quanto ti sei spostato oltre il limite. Ma non tutto è così lineare.
Le caselle con l’oca sono le più allegre: quando ci atterri, avanzi ancora di tante case quanti i dadi che hai tirato. E se capita di cadere su un’altra oca subito dopo? Allora ti muovi ancora! È come avere una spinta magica, e la pista sembra riderti addosso con ogni nuovo salto.
Ma attenzione: tra le caselle ci sono anche sorprese meno piacevoli. C’è quella del ponte che ti fa saltare avanti di qualche passo, come un breve taglio per arrivare più veloce. Poi c’è la casa della morte, con il teschio e le ossa: lì devi tornare subito all’inizio, come se tutto fosse ricominciato da zero. E ci sono caselle che ti fermano per un turno intero — niente dadi, niente movimenti — perché qualcosa di imprevisto ti ha trattenuto.
Il bello è che non serve essere esperti: basta saper contare fino a sei e capire cosa significa “avanzare”. Non ci sono carte da memorizzare, né strategie complesse. È un gioco per tutti: i bambini lo amano perché è colorato e pieno di sorprese; gli adulti lo ritrovano con nostalgia, come una vecchia canzone che sai cantare anche senza ricordarne le parole.
Nel corso dei secoli, il Gioco dell’Oca ha cambiato aspetto mille volte. In Francia, nel 1600, fu stampato con scene di corte e personaggi storici; in Spagna, alcune versioni mescolavano elementi del Pachisi. Negli Stati Uniti, nell’Ottocento, apparve come “The Jolly Game of Goose”, con disegni che raccontavano la vita quotidiana. E oggi? Lo trovi su temi diversissimi: dai pattinatori sul ghiaccio alle pompe fognarie, da Richard Nixon ai personaggi dei cartoni animati. Ogni edizione è un piccolo pezzo di storia, una finestra su come si pensava al gioco in quel momento.
Non è un gioco che ti fa vincere con l’astuzia o la memoria: vince chi ha fortuna e pazienza. E forse proprio per questo lo si ricorda ancora. Non serve essere bravi: basta avere voglia di muoversi, di ridere quando il dado ti regala un salto doppio, e di sospirare quando finisci sulla casella della morte.
È un gioco che non invecchia mai perché non cerca di essere intelligente. È semplice, sincero, e fa sorridere anche se perdi. E ogni volta che lanci i dadi, sai che qualcosa di nuovo ti aspetta — forse una nuova oca, forse un ponte, forse… il teschio.
E allora, pronti? Lanciate i dadi: la pista vi chiama.
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