Vendere hot dog non è solo un mestiere: è un’arte di tempismo, inganno e pochi dollari ben spesi. In questo gioco leggero e pazzo del 1996, tu e gli altri giocatori siete ambulanti in una fiera estiva, pronti a svendere i vostri wurstel prima che il sole cali e le bancarelle chiudano. Non si tratta di avere più hot dog: si tratta di vendere quelli giusti, al momento giusto, e soprattutto, prima degli altri.
Ogni partita inizia con dieci hot dog colorati – uno per ogni giocatore – e qualche tavolo da mercato al centro del quale i clienti affamati aspettano. Ci sono tavoli neutri: uno da 5, uno da 7, e a volte anche uno da 9 posti, a seconda di quanti siete. Ognuno può ospitare solo un numero limitato di venditori, quindi la corsa è tutta lì: chi arriva per primo con il prezzo più basso si prende lo spazio. Ogni giocatore ha anche tre banconote da un dollaro e due o tre tavoli personali dello stesso colore dei suoi hot dog. I tavoli personali non contano come posti, ma ti danno una mano: puoi usarli per nascondere la tua mossa, oppure per far sembrare che tu stia puntando su un posto diverso da quello reale.
La magia del gioco sta nel simultaneo. Tutti insieme, senza parlare, decidete dove piazzare i vostri hot dog: scegliete uno o più tavoli, mettete le carte coperte sul tavolo, e se volete abbassare il prezzo per essere più veloci, aggiungete una banconota da un dollaro. È qui che entra in gioco la strategia silenziosa. Vuoi vendere 5 hot dog? Bene. Ma se metti due dollari sotto, diventi “equivalente” a chi ne vende solo 3: e così ti piazzi davanti agli altri. Il ketchup o la senape – una carta speciale che gira tra i giocatori – fa da spartiacque in caso di parità: chi ce l’ha ha priorità.
Quando tutti hanno scelto, si scoprono le carte insieme. Si parte dal tavolo più piccolo e si riempiono i posti uno a uno, secondo l’ordine dei prezzi scontati. Chi arriva troppo tardi? I suoi hot dog rimangono in mano, invenduti. Nessuno li compra. Ma chi ha avuto fortuna o intuito, incassa un dollaro per ogni wurstel venduto. Poi si raccoglie tutto: i tavoli personali tornano ai giocatori, la carta ketchup passa al vicino, e via con il prossimo giro.
Il gioco finisce quando qualcuno vende l’ultimo hot dog. Ma attenzione: deve gridare “Ultimo hot dog!” o non conta. Se lo dimentica, gli altri possono continuare a vendere e lui rimane senza soldi. Alla fine di quel round, si fa un ultimo conteggio, poi tutti contano i dollari accumulati.
Si gioca tre partite, e chi ha più soldi alla fine vince. Non è un gioco da pensatori profondi: non c’è memoria, né calcoli complessi. È un gioco di istinto, di bluff, di rischio calcolato. Ti ritrovi a chiederti se vale la pena abbassare il prezzo per essere primo o tenere i soldi e correre il rischio di restare fuori. E ogni volta che qualcuno grida “Ultimo hot dog!” con un sorriso malizioso, sai che non è finita qui: c’è sempre una prossima fiera, e un altro modo per vincere.
Hot Dog non ti fa pensare. Ti fa ridere. E a volte, ti fa sentire un po’ più bravo di chi credevi fosse più furbo. È semplice, ma non banale. Leggero, ma con una scintilla di astuzia che resta.
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