Jenga è quel gioco che sembra diretto ma ti fa sudare freddo. 54 blocchi di legno, tutti uguali, alti un po’ meno di quanto sono lunghi, da impilare uno sopra l’altro fino a formare una torre alta e traballante. Ogni livello è composto da tre blocchi messi fianco a fianco nella stessa direzione; il successivo viene posizionato perpendicolarmente, come un muro di mattoni. Arrivi a 18 piani, e lì comincia la sfida.
Non serve un grande piano: basta prendere un solo blocco alla volta — con una sola mano, mai entrambe — da qualsiasi livello tranne quello in cima. Lo estrai con delicatezza, lo scuoti appena per sentire se è allentato, e lo metti in alto, a completare il nuovo piano. Puoi spostare i blocchi un po’ per trovare quello più facile da togliere, ma attenzione: se ne muovi uno troppo e la torre vacilla? Lo lasci lì. Non devi forzare niente che potrebbe far crollare tutto.
Il turno finisce quando il prossimo giocatore tocca la torre. Ma se pensi che stia per cadere, puoi aspettare dieci secondi prima di agire: un silenzio teso, lo sguardo fisso, il respiro trattenuto. È lì che si sente tutta la tensione.
La partita finisce quando un blocco cade — non quelli che metti in cima, ma quelli che si staccano da soli. E chi ha fatto cadere la torre? Perde. Tutti gli altri vincono, perché l’obiettivo non è costruire una torre perfetta: è farla resistere un po’ più a lungo degli altri.
Il gioco nasce negli anni Ottanta da un’idea semplice: i blocchi di legno che un designer usava per giocare con la sua nipote. Il nome? Viene dal verbo swahili “kujenga”, che significa “costruire”. Non c’è strategia complessa, non ci sono carte o dadi. Solo il tuo polso, la tua calma e un mucchio di legno che ti sfida a essere paziente.
È perfetto per una serata tra amici: nessuno rimane fuori, tutti aspettano il proprio turno con gli occhi sgranati. E quando la torre crolla? È sempre una risata — anche se sei stato tu quello che l’ha fatto cadere.
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