Kaji è un gioco da tavolo che mescola l’antica sfida di sasso, carta e forbici a una dinamica di prezzo e partnership dai toni quasi teatrali. Nato nel 1935 e ispirato al tradizionale giapponese Jan-Ken-Po, non è solo un gioco di carte: è uno scontro tra strategia, bluff e logica a strati, dove il valore delle mani cambia in base all’ordine con cui vengono giocate.
Il mazzo contiene quattro semi: JAN (sasso), KEN (forbici), PO (carta) e KAJI (fuoco), ognuno con 12 carte numerate da 1 a 12. A seconda del numero di giocatori — da due a cinque — si distribuiscono le carte, lasciando da parte un piccolo mazzo chiamato NEKO, la “gatta”. Nel formato più popolare, a quattro giocatori, ognuno ne riceve undici e il NEKO resta in sospeso. Poi viene il momento del biddo: ciascuno, in senso orario, dichiara quanti trionfi vuole vincere oltre i cinque base. Chi fa l’offerta più alta diventa il Dichiarante, raccoglie il NEKO, scarta quattro carte e sceglie la carta trump: una delle quattro mani che dà ordine a tutto il gioco.
Qui entra in gioco la vera peculiarità di Kaji. Se il fuoco (KAJI) è trionfo, le altre tre mani seguono l’ordine classico del sasso-che-schiaccia-le-forbici-che-tagliano-la-carta-che-avvolge-il-sasso. Ma se un altro seme diventa trump — diciamo il sasso — allora il fuoco resta sempre al secondo posto, dando a ogni mano una gerarchia diversa e imprevedibile. Solo le carte del seme trionfo possono battere altre dello stesso seme; per gli altri semi, la regola è semplice: devi seguire il seme iniziale o giocare un trump. Ma c’è un inghippo: se giochi una carta di seme inferiore a quella già giocata, non cambia nulla — è solo uno scarto. Se invece giochi una carta di seme superiore, quel nuovo seme diventa la “guida” per il resto del trionfo.
Dopo aver scelto il trump, il Dichiarante può decidere di giocare da solo o cercare un alleato chiedendo una specifica carta. Chi la possiede deve rivelarla e diventa suo partner; gli altri due si uniscono contro di loro. Le alleanze non cambiano l’ordine di gioco, ma trasformano completamente il modo in cui pensi: devi prevedere cosa ha l’amico, cosa nascondono i nemici, e come usare la gerarchia mutevole dei semi a tuo vantaggio.
Vinci accumulando punti. Se il Dichiarante e il suo partner raggiungono o superano la loro scommessa, guadagnano cinque punti per ogni trionfo in più sui cinque base; se giocano da soli, ne prendono dieci. Ma fallire ha un prezzo: gli avversari ricevono dieci punti per ogni trionfo mancante — venti se il Dichiarante era solo.
Kaji non è un gioco veloce né semplice. È un equilibrio sottile tra intuizione, memoria e logica dinamica. Ogni mano è diversa perché la gerarchia dei semi cambia, ogni biddo una sfida psicologica, e ogni trionfo un piccolo teatro di inganni e sorprese. È il gioco che ti fa pensare a cosa significa vincere — non solo con le carte, ma con l’astuzia.
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