Kariba e Kalak non sono due giochi separati: sono due anime dello stesso cuore. Nella stessa scatola, piccola come una confezione DVD, trovi tutto ciò che serve per giocare a un abstract strategico raffinato o a un gioco d’abilità leggero e divertente, perfetto anche per i più giovani. Entrambi nascono dalla mano di Frank Stark e vengono realizzati da Gerhards Spiel und Design con una cura artigianale che trasforma semplici pezzi di legno e pietre colorate in un’esperienza tangibile, elegante.
Kariba è l’anima strategica del gioco. Si gioca in due su una scacchiera composta da due elementi incastati: due file di quattro buche, una per giocatore, che conducono a un grande pozzo centrale dove si accumulano i punti. Ogni giocatore ha 25 pietre nel proprio stock — 20 bianche (1 punto), 3 dorate (2 punti) e 2 nere, speciali: i “guardiani”. Queste ultime non valgono solo tre punti, ma proteggono tutte le pietre nella stessa buca da essere catturate, a patto che non siano lasciate sole. Una guardiana isolata è vulnerabile come qualsiasi altra.
Il gioco si muove con un ritmo diretto ma profondo: ogni turno puoi scegliere tra due azioni. Oppure prendi da uno a quattro sassi dal tuo stock e li distribuisci, uno per buca, lungo la tua fila verso il tuo pozzo. O oppure svuoti una delle tue buche e fai scorrere tutti i suoi contenuti in avanti, sempre nella stessa direzione. Quando un sasso finisce nel tuo pozzo, è al sicuro: lo conti per il punteggio finale, ma devi lasciare lì la pietra di minor valore tra quelle che hai appena mosso. Il resto torna allo stock e devi ricominciare.
La vera intelligenza del gioco sta nella cattura. Se posizioni una pietra in una buca vuota dell’avversario, tutte le sue pietre adiacenti — a meno che non siano protette da un guardiano — diventano tue. Vengono subito trasferite nel tuo pozzo, aumentando il tuo vantaggio. E qui nasce la tensione: devi bilanciare l’aggressività con la difesa. Se sposti troppo in fretta, rischi di lasciare le tue pietre esposte. Ma se ti fermi troppo a proteggere, non accumuli punti. I guardiani diventano pezzi preziosi da posizionare con intelligenza: talvolta li lanci oltre il pozzo per tenerli fuori portata e usarli come scudi mobili lungo la tua fila.
La partita finisce quando uno dei due giocatori non ha più pietre da muovere. A quel punto, si contano i punti nel proprio pozzo: chi ha di più vince. Ma c’è un dettaglio cruciale: l’avversario deve sottrarre dal suo punteggio il valore delle pietre che gli rimangono nello stock. Questo rende ogni mossa una scelta tra guadagno immediato e rischio futuro. Non basta accumulare punti: devi anche gestire la tua riserva, perché tenerne troppe può costarti la partita.
Kalak è l’altro volto di Kariba. Si gioca con lo stesso set di pietre e la stessa scacchiera, ma capovolta. La parte inferiore diventa una superficie piatta, con quattro buche in basso e un’unica grande buca sopra. Qui non si pensa: si lancia. L’obiettivo è creare un volto sorridente con le pietre — due nere per gli occhi, due blu per i baffi, otto blu per la bocca — e poi lanciarle una alla volta, con il pollice, cercando di farne cadere il maggior numero possibile nella buca superiore. Solo quelle che ci arrivano passano alla fase successiva.
Nella seconda tornata, disponi le pietre rimaste in fila lungo la base e lanciale ancora una volta. Ogni buca ha un limite: se ne metti più di due o tre (a seconda della posizione), quelle in eccesso non contano. Devi distribuirle con precisione, come se stessi riempiendo un vaso senza farne traboccare il contenuto. È un gioco di mano, di occhio, di fortuna: chiaro fin dal primo turno, difficile da padroneggiare. E perfetto per chi vuole una pausa leggera dopo una partita intensa di Kariba.
La scatola è piccola ma ricca. Le due parti della scacchiera sono in faggio massiccio, levigato e oliato, che si incastrano con un click soddisfacente. Le pietre — semi-preziose, colorate, diverse per forma e peso — sembrano uscite da una collezione di minerali più che da un gioco da tavolo. Un sacchetto in corda le tiene ordinate, e non c’è bisogno di regole scritte: basta guardare la disposizione dei buchi per capire cosa fare.
Non ci sono illustrazioni, né testo complesso. Le istruzioni sono minime, e l’inglese è disponibile su richiesta. Non serve sapere una lingua per giocare: tutto si capisce con le mani. E nonostante la semplicità visiva, Kariba nasconde una profondità strategica che ti fa tornare a giocare ancora, anche dopo aver vinto o perso.
È un gioco da tavolo senza fronzoli, ma pieno di anima. Non è per tutti: chi cerca complessità e scenari infiniti potrebbe trovarlo troppo asciutto. Ma per chi ama il ritmo lento delle scelte ponderate, la bellezza del materiale e la soddisfazione di un colpo ben lanciato, Kariba e Kalak sono due mondi che si abbracciano in una scatola minuscola — e ti lasciano con qualcosa di più di un punteggio: il ricordo di un gioco che senti, non solo vedi.
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