Knucklebones è un gioco antico che ha attraversato i secoli come un sussurro tra le dita di bambini e adulti. Niente dadi moderni qui: si usano ossicini naturali, quelli delle caviglie degli ovini, con quattro facce diverse — piatta, concava, convessa e sinuosa — ognuna con un valore nascosto. È il padre di tanti giochi da tavolo che conosciamo oggi, e forse anche del famoso “gioco dei moscerini” che si faceva in cortile.
Si gioca con due o più ossicini: lanciati in aria, devono essere catturati sul dorso della mano o lasciati cadere a terra. Il risultato dipende da come si posizionano, e i punti si sommano come nei dadi, ma con un tocco più terreno, più casuale. Ogni lancio è una piccola scommessa: chi ha più fortuna o abilità nel controllo del movimento vince il round.
L’obiettivo? Arrivare per primi a 60 punti, accumulando i valori dei lanci senza superarli. È un gioco di pazienza e di polso, dove la fortuna danza con la destrezza, e ogni ossicino che cade sembra avere una volontà sua.
Nato nell’antica Grecia, diffuso dai romani, questo gioco ha viaggiato tra i popoli del Mediterraneo e dell’Asia. Non era solo un passatempo: per alcuni fu rito sacro, per altri semplice scommessa da taverna. Oggi lo ritroviamo in versioni semplificate, ma il cuore resta quello di sempre — una manciata di ossa, un lancio e l’attesa di cosa succederà. È semplice. È antico. E ancora, dopo duemila anni, ti fa sorridere.
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