Kodo

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Kodo è un gioco silenzioso, raffinato e profondamente sensoriale, nato in Giappone tra i nobili dell’epoca Heian come esercizio di eleganza e intuito. Non si tratta di semplici odori da indovinare: è un dialogo sottile con la memoria, la poesia e l’attenzione al dettaglio. Chi lo pratica non cerca solo il giusto nome per una fragranza, ma cerca di riconoscere un’emozione, un ricordo, un’allusione letteraria racchiusa in un pezzetto di legno incenso.

Il cuore del gioco è la cerimonia dell’incenso. Si preparano tredici piccoli pacchetti: dodici contengono frammenti di tre tipi diversi di legni profumati — ciascuno tagliato in quattro porzioni identiche — e uno contiene un quarto tipo, offerto da un ospite. I primi tre sono scelti dal padrone di casa, che li presenta con nomi evocativi: Fragranza Uno, Due, Tre. Durante la fase preliminare, ogni fragranza viene lentamente riscaldata su carboncini ardenti dentro un bruciatore speciale, il kikikôro, coperto da una sottile coltre di cenere che ne modula l’aroma. I giocatori, seduti in cerchio, respirano con calma, chiudendo gli occhi per non farsi distrarre dalla vista. Ogni profumo viene assaporato più volte, finché non diventa familiare: un sentore di bosco umido, una nota dolce come il miele secco, l’eco di un fiore d’inverno.

Poi inizia la vera sfida. I pacchetti rimanenti — nove dei legni già conosciuti e uno sconosciuto — vengono estratti a caso e presentati uno alla volta. Ogni giocatore ha davanti una serie di contrassegni, ognuno con il proprio simbolo personale su un lato (un ciliegio, un bambù, una foglia) e le quattro opzioni sull’altro: Fragranza Uno, Due, Tre oppure Sconosciuta. Al passaggio del bruciatore, ogni partecipante sceglie il proprio indovinio, gira il contrassegno e lo depone in una scatola senza parlare. Non c’è tempo per discutere, non c’è modo di correggersi: l’intuito deve essere sicuro.

Il gioco procede per dieci round, e con ogni passaggio la stanza si riempie di stratificazioni olfattive. Gli odori precedenti non svaniscono mai del tutto; diventano un fondo sonoro invisibile che confonde i sensi. Chi ha una memoria fine riconosce l’eco di un profumo già sentito, chi è più intuitivo si lascia guidare da un’associazione poetica: quel tono legnoso ricorda il vento su un ponte di bambù, quella nota amara evoca la pioggia sulle foglie secche. A volte i giocatori sussurrano versi o citazioni che richiamano l’immagine del loro contrassegno: una rosa per la Fragranza Uno, un cipresso per la Sconosciuta.

Alla fine di ogni round, le scelte vengono raccolte e annotate su una tavoletta di legno o carta. Non si conta solo chi indovina di più; si registra anche lo stile, l’originalità delle associazioni, la coerenza del percorso mentale. Il vincitore non è sempre colui che ha il maggior numero di risposte esatte: a volte vince chi riesce a descrivere con maggiore poesia ciò che ha sentito.

Kodo non è un gioco da competizione, ma da contemplazione. Non si vince per punteggio, ma per profondità. È una pratica che richiede silenzio, pazienza e rispetto — per l’aroma, per gli altri giocatori, per il tempo che passa lentamente tra un respiro e l’altro. Nell’epoca Edo, quando i legni profumati divennero rari e costosi, solo i ricchi mercanti e le famiglie più antiche conservarono questa tradizione, trasformandola in un rituale di eleganza privata. Oggi è ancora praticato da appassionati che cercano qualcosa di diverso dal rumore: un momento in cui il mondo si riduce a una stanza, a dieci respiri e a un’idea che non ha parole ma solo odore.

Non serve essere esperti. Serve solo essere presenti. E ascoltare con il naso.

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