Le Jeu de la Guerre è un gioco di guerra astratto che nasconde una storia più profonda del suo aspetto da tavolo. Progettato negli anni Sessanta dal filosofo e cineasta Guy Debord, fondatore del movimento situazionista, non fu mai pubblicato fino al 1987, quando uscì in un’edizione limitata di soli quattro esemplari. Oggi è una rarità: un gioco che non vuole essere solo un passatempo, ma un riflesso critico sulla guerra come spettacolo, su come il potere si nasconde dietro le regole e i simboli.
Si gioca su una mappa di 500 caselle, divise in due metà da una linea di confine. Ogni giocatore dispone di unità: fanteria, cavalleria, artiglieria e artiglieria a cavallo, che piazza in segreto prima dell’inizio della partita. Non ci sono dadi né fortuna: ogni combattimento si risolve con un semplice calcolo tra attacco e difesa. Le unità retrocedono se subiscono un vantaggio avversario di -1, vengono distrutte a -2. La comunicazione tra le truppe è vitale: senza linee di collegamento valide, non puoi muovere né combattere efficacemente. I terreni ostili — montagne, fortezze e arsenali — modellano il campo di battaglia: le montagne bloccano ogni movimento, mentre i 2 arsenali nemici sono obiettivi decisivi.
Lo scopo è chiaro: annientare l’esercito avversario o conquistare entrambi gli arsenali. Ma la vera sfida sta nella gestione della segretezza e del controllo dello spazio. Ogni turno puoi muovere fino a cinque unità, attaccare, oppure combinare le due azioni. La posizione iniziale delle truppe è un enigma che devi mantenere per tutta la partita, costringendo l’avversario a indovinare dove colpire e dove difendere.
Questo gioco non offre emozioni da blockbuster. Non c’è rumore di esplosioni né musica epica. C’è solo silenzio, calcolo e tensione crescente tra le caselle della mappa. È un gioco che ti obbliga a pensare come un generale, ma anche come un filosofo: perché la guerra non è mai solo una questione di forza, ma di percezione, di controllo, di ciò che viene nascosto e ciò che viene mostrato.
Nel 2006 è stato ripubblicato in Francia da Gallimard, insieme a un commentario della compagna di Debord, Alice Becker-Ho. È un’opera rara, ma non per questo meno potente: un gioco che ti lascia con più domande di quante ne avessi prima di cominciare.
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