Nel cuore di San Francisco, nell’agosto del 1958, una notte di musica e fumo si trasforma in un mistero. Jeremy Swain, il cantautore folk che stava per lanciarsi nel suo primo tour nazionale, viene trovato morto nella sua stanza sopra la Gate of Fate Coffeehouse. Nessuno sente grida. Nessun segno di lotta. Solo una tazza di caffè fredda e un silenzio pesante. Chi ha ucciso Jeremy? E perché proprio ora?
Life of the Party: The Coffeehouse Murder è un gioco da tavolo che ti trasporta in un’atmosfera da noir anni Cinquanta, dove le apparenze ingannano, i segreti si nascondono dietro sorrisi e ogni personaggio ha qualcosa da nascondere. Ogni giocatore interpreta uno dei sette ospiti o collaboratori di Jeremy: un’ereditiera eccentrica che finanziava artisti, un comico bongista rimasto fuori dai palchi per anni a causa del suo passato politico, il proprietario del locale che crede negli extraterrestri e non ha mai partecipato alla festa, la ex moglie di Jeremy che ora lo odia ma una volta cantava con lui. C’è anche un impiegato di banca troppo educato per essere sincero, il manager severo che ha costruito la sua carriera, una sognatrice che urla canti gregoriani ogni sera e la barista che non si è mai davvero lasciata andare.
Il gioco dura tre ore. Nessuno sa chi sia l’assassino all’inizio. Ognuno ha un ruolo scritto, con una storia personale, motivazioni nascoste e un segreto da proteggere. Durante la serata, i giocatori si muovono tra conversazioni casuali, accuse sussurrate e rivelazioni inaspettate. Si leggono indizi: lettere rubate, biglietti d’addio, ricordi sbagliati. Ognuno ha ventiquattro indizi da condividere o nascondere — alcuni veri, altri falsi, tutti importanti.
L’obiettivo è diretto ma profondo: scoprire l’assassino prima che la notte finisca. Ma non basta puntare il dito. Devi costruire un caso solido, capire le alibì, riconoscere le contraddizioni e sfruttare i silenzi più eloquenti. Chi ha lasciato presto? Chi è tornato dopo? Chi ha detto di essere sul terrazzo a guardare le stelle ma non c’era nessuna luce in cielo quella sera?
Il fascino del gioco sta nella sua atmosfera, non nell’azione. Non ci sono armi da fuoco o coltelli sanguinolenti. Il crimine è silenzioso, come il folk che Jeremy amava cantare. Le tensioni nascono dai rapporti umani: l’odio per un tradimento, la gelosia per una voce rubata, il risentimento di chi ha dato tutto e non ha ricevuto niente in cambio. Ogni personaggio è un pezzo di un mosaico che si scompone con ogni parola detta.
La trama è ricca di riferimenti storici: la caccia ai comunisti, il movimento per i diritti civili, l’arte come atto di ribellione. Ma non diventa un’allocuzione. È semplicemente il contesto in cui le persone agiscono. Patty Farb ha donato soldi al partito comunista, ma ora vuole solo che la sua amata musica viva. Art Fez è stato messo all’indice per aver parlato con troppa franchezza e ora cerca di tornare indietro, anche se significa fingere di non ricordare nulla. Teresa Wilcox ha passato anni a sostenere Jeremy, ma lui l’ha lasciata per una voce migliore — o così credeva.
Il gioco si muove con un ritmo naturale: le conversazioni fluiscono come in una vera serata tra amici, finché qualcuno non dice troppo. Gli indizi vengono rivelati a poco a poco, e la verità non è mai ovvia. A volte l’assassino è quello che sembra più innocente. A volte chi ha un alibi perfetto è il più colpevole.
Life of the Party: The Coffeehouse Murder non ti chiede di essere un detective da romanzo giallo. Ti chiede di essere umano. Di ascoltare, di dubitare, di fingere e di mentire — perché in una notte come questa, chi ha qualcosa da nascondere è l’unico che sa davvero cosa è successo.
E la verità? La troverai solo quando tutti gli occhi saranno puntati su uno. E allora, forse, capirai perché Jeremy Swain non avrebbe mai dovuto cantare quella canzone.
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