Montecitopoli è un gioco satirico che trasforma l’Italia degli anni ’80 in un’arena di corruzione, scandalacci e promesse impossibili. Ogni giocatore guida un partito politico: uno onesto ma isolato, uno senza scrupoli e gli altri normali, pronti a tutto pur di restare al potere. L’onore non paga, ma la vergogna sì — troppa e ti cacciano via.
Ogni turno peschi due carte che possono regalarti voti, denaro sporco o scandalizzare il paese con un falso caso di corruzione. Alcune carte riducono la tua reputazione: una vittoria dei mondiali di calcio, un matrimonio reale, persino un bel concerto. Poi si va al voto per eleggere il presidente: ogni partito ha peso diverso in base ai suoi elettori, e le decisioni si risolvono con i dadi o con accordi tra alleati — che nessuno rispetterà mai.
L’onesto vince se riesce a denunciare abbastanza corrotti da farli arrestare. Il cinico vince semplicemente sopravvivendo: se dopo dodici turni nessun altro ha vinto, lui è il re del caos. Gli altri devono accumulare voti o soldi, ma attenzione: se la tua reputazione scende troppo in basso, i cittadini ti abbandonano e sei fuori.
Negozia, tradisci, prometti montagne di denaro per poi scomparire. Fai alleanze che durano un turno, o meno. Il gioco è una commedia nera dove il potere non si conquista con idee, ma con manovre, furbizia e un po’ di fortuna col dado. Non serve essere moralisti: basta essere più furbi degli altri. E se ti senti in colpa? Nessuno te lo chiederà — soprattutto dopo che hai venduto il ministero delle Finanze per tre milioni e una pizza.
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