Murder è un gioco di deduzione che si gioca come una festa tra amici: basta un mazzo di carte e una sacchetta di stoffa per trasformare la serata in un giallo da risolvere insieme.
Ogni giocatore riceve una carta “Sei stato ucciso” e qualche altro biglietto a caso: orari, motivi (con frasi celebri come “L’amore e l’omicidio verranno alla luce”), opportunità identiche tra loro, e pezzi di indizi che formano i crimini. Ogni omicidio ha un alias, un metodo, un’arma e un luogo — per esempio: Arcivescovo, investito con un’auto, in viale.
Durante il giro, ognuno pesca una carta dal mazzo e ne scarta una dentro la sacchetta, mescolando i sospetti. Chi chiude il turno prende la borsa e estrae un solo indizio da conservare: gli altri vengono scoperti a faccia in su, rivelando pezzi del puzzle che nessuno aveva notato. L’obiettivo è collezionare una quartina completa di indizi (alias + metodo + arma + luogo), aggiungere un motivo e un orario: quando hai tutto, butti via la carta “Sei stato ucciso” e il gioco cambia.
La vittima non è più te — ora sei tu a cercare l’assassino.
Tutti gli altri giocatori hanno le stesse carte che hai raccolto tu: ma solo uno di loro ha la combinazione perfetta, nascosta tra i suoi sospetti. Ora tocca a tutti fare domande, scambiarsi indizi, ipotizzare connessioni. Non ci sono regole rigide per interrogare: puoi parlare come vuoi, insinuare, mentire, ragionare. La partita finisce solo quando qualcuno annuncia la soluzione — e se ha ragione, vince.
È un gioco leggero ma astuto, dove il vero divertimento sta nel cercare di capire chi mente e perché. Non c’è punteggio, non ci sono turni fissi: è tutto fluido, come una conversazione che si trasforma in indagine. E se più persone avessero la stessa combinazione? Nessuno lo dice. Ma forse è proprio questo il bello: inventare le regole insieme, mentre si gioca.
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