Oasis è un gioco da tavolo del 1937 che racconta un sogno: tornare a casa. Non una casa qualunque, ma la Terra Promessa, dove il deserto si trasforma in oasi, e i sogni dei pionieri diventano realtà. Prodotto dalla Milton Bradley, questo gioco non è solo un passatempo: è un manifesto visivo di un’epoca, una cartina di tornasole delle aspirazioni della comunità ebraica prima della Seconda Guerra Mondiale.
Il tabellone, circolare e ricco di dettagli, rappresenta la Palestina come un luogo da costruire insieme. Al centro, una mappa delicatamente disegnata mostra città come Gerusalemme, Tel Aviv e Haifa, insieme a siti storici, fattorie, scuole e opere pubbliche. Tre raggi colorati — blu — dividono il cerchio in tre zone: gialla, rosa e verde. Ogni zona contiene spazi illustrati con scene di vita quotidiana: un orto cooperativo, l’ospedale Hadassah, la tomba di Rachele, le paludi di Huleh da bonificare, il bosco di Herzl dove piantare alberi. Gli spazi sono colorati e numerati, ma non tutti portano a un guadagno: alcuni chiedono un contributo, altri invitano a visitare un luogo o a donare.
I giocatori si muovono con piccoli pedoni in legno — verde, arancione, rosso e bianco — guidati da piccole trottole invece che dai dadi. Ogni rotazione della trottola decide quanti passi fare lungo il percorso. Le azioni dipendono dalla casella su cui si atterra: pagare 5 shekel per una visita al Muro del Pianto, donare per la costruzione di un ospedale, raccogliere fondi per borse di studio all’Università Ebraica o sovvenzionare l’acquisto di terreni. Le carte che accompagnano il gioco raccontano momenti della vita collettiva: il giorno prima di Pesach, bisogna purificare la casa e avanzare di cinque caselle; nel giorno commemorativo di Trumpeldor, si va a visitare la sua tomba a Tel Hai. Altre carte parlano di lavoro nei kibbutz, di certificati per i pionieri che arrivano dall’Europa, o del diritto all’assistenza sanitaria gratuita per chi è iscritto alla federazione dei lavoratori.
Il gioco non ha regole ufficiali stampate: nessuno sa più come si vince. Non c’è un traguardo finale, né un vincitore dichiarato. Forse l’obiettivo era semplicemente quello di percorrere il cammino insieme — accumulare contributi, visitare i luoghi sacri, costruire qualcosa di concreto. Le centinaia di fiches in carta tagliata a forma di shekel — da 1 a 50 — non servono solo a pagare: sono il segno tangibile della partecipazione, del sacrificio, dell’impegno collettivo.
Oasis è un oggetto straordinariamente umano. Non ha battaglie né conquiste. Non si tratta di sconfiggere gli altri, ma di costruire insieme. Le illustrazioni sono precise, le scene quotidiane cariche di significato. La scatola, con il suo disegno di palme e acqua, sembra un’invocazione: qui c’è vita, qui c’è speranza. Eppure, tutto ciò che resta è un gioco senza istruzioni, una storia interrotta prima della sua fine. Forse per questo è così toccante: non racconta il futuro come lo si immaginava, ma l’aspirazione stessa — pura, fragile e coraggiosa — di chi credeva che un deserto potesse diventare casa.
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