Un gioco che trasforma la vita sotto un regime in una corsa assurda e grottesca tra privilegi.
Polize State ti lancia nel cuore dell’Urss degli anni Settanta, dove non conta quanto sei bravo, ma quanto sei alto nella gerarchia.
Ogni giocatore si muove sul tabellone come in un Monopoly sovietico, ma la strada che puoi percorrere dipende dal tuo rango: i più bassi restano bloccati nei quartieri popolari, mentre chi ha scalato i gradini può finalmente accedere ai quartieri dorati.
Il vero premio? La dacia, l’unica residenza di lusso in tutta la mappa — un oggetto da bramare, da rubare, da combattere con manovre astute e fortuna sfacciata.
Oltre alla casa, ci sono altri simboli di potere: l’auto di Stato, i biglietti per il teatro, le razioni speciali.
Tutto è controllato dai dadi: lanci, caselle casuali, eventi imprevedibili che possono farti scendere dal trono o catapultarti in cima.
Non si vince accumulando ricchezza, ma conquistando status: chi arriva per primo alla dacia e la tiene fino alla fine è il vincitore.
Il gioco non è serio, ma acuto: prende le assurdità della vita quotidiana nell’Urss e le trasforma in una satira dolceamaro, fatta di burocrazia, corruzione e sogni bloccati.
Nato nel 1969 da un’idea americana, è stato pubblicato con nomi diversi — Police State, Comrades — e ha fatto ridere in Inghilterra, negli Stati Uniti e persino in Sudamerica.
Un gioco leggero che sa dire molto, senza mai urlare.
Basta un dado, una carta e un po’ di cinismo per capire quanto fosse strana quella vita.
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