Privilege è un gioco da tavolo che mescola astuzia, alleanze e una forte carica ideologica in un mazzo di carte dal sapore anni Trenta. Progettato nel 1938 da Robert Morey, si gioca in squadre fisse di due giocatori ciascuna, con un mazzo speciale di cinque semi e due trionfi fuori scala: Onestà e Gentilezza, simboli morali che guidano il conflitto tra le forze del bene e quelle del male.
Ogni partita inizia con una fase di offerte: le coppie dichiarano quanti prese eccedenti pensano di poter conquistare. Ma attenzione — gli avversari possono raddoppiare o triplicare la scommessa, rischiando un’implosione totale se falliscono. C’è perfino una mossa estrema: il “fight to the finish”, che porta a punti quadruplicati… o alla rovina. Il gioco delle prese segue regole classiche del trick-taking, ma con due intoppi affascinanti: i cinque semi si raggruppano in coppie e triplette, permettendo di giocare carte di un seme come se fossero di un altro, creando strategie imprevedibili. E poi ci sono le due carte trionfo fuori seme — potenti ma inferiori alle quattro carte più alte del seme dominante.
La vera anima di Privilege sta nei suoi personaggi: i semi buoni — Scienziati, Idealisti e Giudici — incarnano ideali collettivi; quelli cattivi — Banchieri e Pubblicitari — rappresentano il potere corrotto. Le carte portano nomi reali o simbolici: “Radio”, “Logica”, “Propaganda”… disegnate da artisti dell’epoca come Rockwell Kent, Peggy Bacon e William Gropper, con un’estetica che ricorda le copertine di riviste progressiste.
Il punteggio è ispirato al bridge: punti sopra e sotto la linea, con una tensione costante tra ambizione e rischio. E se giochi da solo? C’è anche una versione solitaria, nascosta come un segreto dell’autore. Privilege non è solo un gioco di carte: è un manifesto politico in forma ludica, dove ogni mossa conta — e ogni carta racconta una storia.
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