Rummy è quel gioco da tavolo che sembra diretto ma nasconde una bella intelligenza sotto la superficie. Nato nel 1887, è uno dei giochi di carte più amati dalle famiglie: non serve essere esperti per iniziare, eppure ci si può divertire a lungo, con strategie che crescono man mano che si gioca.
Si gioca con un mazzo standard da 52 carte (a volte due mazzi insieme se i giocatori sono tanti), e il numero di persone va da 2 a 6. A seconda di quanti siete, vi vengono date dalle 6 alle 13 carte: meno carte per più giocatori, un po’ come se ognuno avesse bisogno di spazio per muoversi. L’obiettivo è chiaro e diretto: liberarsi delle proprie carte il prima possibile, posandole sulla tavola in gruppi validi. Ci sono due modi per farlo: le “scale”, cioè tre o più carte dello stesso seme in sequenza (come 7-8-9 di cuori), oppure i “set”, tre o quattro carte dello stesso valore ma di semi diversi (tre re, quattro assi...). Una volta che qualcuno ha messo un gruppo sulla tavola, gli altri possono aggiungere le proprie carte a quel gruppo: se hai il 10 di fiori e qualcun altro ha già messo 8-9 di fiori, puoi attaccare il tuo 10 e completare la scala. È un po’ come costruire insieme un mosaico che cresce con le mosse di tutti.
Ogni turno inizia scegliendo una carta: o pesci dal mazzo coperto, oppure prendi l’ultima carta scartata da chi ti ha preceduto. Se prendi la carta dallo scarto, devi usarla subito per formare un gruppo, ma se peschi dal mazzo non sei obbligato a giocarla: puoi tenerla e scartare qualcos’altro. Alla fine del turno, devi sempre scartare una carta, lasciandola in vista su un mucchietto crescente. Qui nasce la parte più interessante: lo scarto non è un semplice rifiuto, ma diventa una risorsa accessibile. Se vedi una carta che ti serve e che sta sotto altre carte nello scarto, puoi prenderla tutta insieme — ma devi prendere anche tutte quelle sopra di lei, e la prima carta che tocchi (quella più in basso) deve essere giocata subito. È un po’ come scavare in una pila di fogli: se vuoi il disegno che c’è sotto, devi togliere tutto quello che sta sopra.
La partita finisce quando uno dei giocatori riesce a scartare l’ultima carta della propria mano. A quel punto si calcolano i punti. Le carte rimaste in mano valgono punti negativi: le numerate da 2 a 10 contano per il loro valore, le figure (fante, donna, re) valgono 10 punti ciascuna, gli assi 15 e i jolly anch’essi 15. Chi ha scartato l’ultima carta vince la mano e somma i punti degli avversari come suoi punti positivi — un po’ come se rubasse loro il peso dei loro errori. Se qualcuno va “rummy”, cioè esce senza aver mai messo in tavola nessun gruppo prima, raddoppia i punti che ottiene.
La versione più diffusa si gioca fino a 500 punti: chi arriva per primo a quel totale vince. Ma non è l’unica regola. In Germania, ad esempio, c’è una variante più rigorosa chiamata Rommé, dove non puoi giocare nulla finché non hai un gruppo iniziale da almeno 40 punti — e devi farlo con una sola mossa. Qui si usano due mazzi più sei jolly, e gli assi valgono 1 o 11 a seconda del contesto. In questa versione, chi esce non guadagna punti: semplicemente evita di perderne. Gli altri sommano le carte che hanno in mano e ricevono quel punteggio come penalità. Vince chi ha meno punti negativi alla fine.
Rummy è un gioco che cresce con te. All’inizio sembra solo una questione di fortuna, ma presto impari a tenere d’occhio le carte scartate dagli altri, a fingere di non volerle per farle rimanere in tavola, a calcolare quando è meglio aspettare o rischiare. È un gioco che ti coinvolge con la mente più che con l’emozione: ogni mossa ha un peso, ogni carta scartata può essere una trappola o un regalo. Ecco perché, dopo tanti anni, continua a stare in tavola — non per nostalgia, ma perché è ancora perfetto così com’è.
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