SARS War è un gioco da tavolo strano e affascinante, nato nel 2003 a Singapore, proprio mentre l’epidemia di SARS stava finendo. Non è un gioco per divertirsi a tutti i costi: è un gioco che vuole insegnare, con un pizzico d’ironia e molta attenzione al contesto storico. Due o sei giocatori muovono i propri pedine lungo una spirale colorata, verso l’obiettivo finale: arrivare sani e salvi alla fine del percorso. Ogni casella può nascondere un’istruzione, una carta da pescare o un evento inaspettato. Le carte “Igiene Personale” ti ricordano di lavarti le mani, di coprirti la bocca quando tossisci, di non toccarti il viso — consigli semplici, ma vitali in quel momento. Se atterri su una casella “Sintomi”, o se lanci un 4, 5 o 6 dopo aver controllato la temperatura, devi pescare una carta “Vai dal Dottore”. E se ti viene diagnosticata l’infezione? Ti mandano in ospedale. Ma non è finita: uscito dall’ospedale, finisci automaticamente in quarantena a casa. E chi rimane bloccato più a lungo rischia di essere escluso dal gioco per comportamenti irresponsabili — una regola che suona come un monito serio, non una battuta. Prima di cominciare, tutti devono lavarsi bene le mani: è obbligatorio. Non c’è tempo da perdere. Il primo a raggiungere l’obiettivo vince, ma gli altri possono continuare a giocare. E chi resta ultimo? È il “perdente”. E la regola dice chiaro: “Può essere punito in modo appropriato”. Non è un gioco crudele, ma neanche leggero. È un documento storico giocoso, che trasforma le raccomandazioni sanitarie di un’epoca difficile in una dinamica da tavolo. Ti fa riflettere senza essere didascalico. Ti fa ridere, ma ti ricorda anche quanto la salute collettiva dipenda dai gesti quotidiani di ognuno. SARS War non è solo un gioco: è un pezzo di storia che si gioca. E forse, proprio per questo, è più memorabile di tanti altri.
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