Shatranj è l’antenato del gioco che oggi chiamiamo scacchi, nato nell’antica Persia intorno al 650 d.C. da una tradizione più antica, il Chaturanga. Non è semplicemente una versione primitiva degli scacchi moderni: è un altro gioco, con ritmi e strategie propri. Le pedine si muovono su una scacchiera 8x8, ma i pezzi hanno movimenti molto più limitati: il vizier, che sostituisce la regina, può solo spostarsi di una casella in diagonale; l’elefante, simile all’alfiere, salta due case in diagonale e non può superare gli ostacoli. I pedoni avanzano di una sola casella per volta, senza il doppio passo iniziale, e non esiste la roccata. La partita si vince con lo scacco matto, ma i contatti sono più rari e le posizioni si costruiscono lentamente, come un intreccio di difese silenziose. Chi gioca a Shatranj scopre una profondità diversa: meno velocità, più attesa; meno combinazioni forzate, più controllo dello spazio. È un gioco che invita alla pazienza e all’osservazione, dove ogni mossa conta come un sussurro in una stanza piena di silenzi. Per chi ha stanco degli schemi moderni, Shatranj offre uno scacco matto più meditato, più antico.
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