Susan è un gioco astratto che si svolge su una scacchiera esagonale di 61 caselle, dove ogni mossa può essere una vittoria o una trappola mortale. Non è Go, ma ne eredita l’eleganza e la tensione: qui non si tratta solo di circondare l’avversario, ma di farlo senza cadere nella propria rete.
Due giocatori, uno con pietre chiare e l’altro con le scure, si alternano in turni che offrono due possibilità: posizionare una nuova pietra su una casella vuota oppure spostarne una già in gioco verso un’esagonale adiacente libera. Non puoi passare il turno, e ogni mossa ha conseguenze immediate. Il campo è piccolo ma intenso: ogni spazio conta, e l’equilibrio tra attacco e difesa si regge su fili sottili.
La vittoria arriva quando riesci a circondare una sola pietra avversaria su tutti i suoi lati — anche se quei lati sono occupati da pietre tue, dell’avversario o dai bordi della scacchiera. Ma attenzione: se la tua mossa fa sì che una delle tue pietre venga circondata allo stesso modo, perdi istantaneamente. È un gioco di precisione chirurgica: puoi uccidere l’avversario e morire insieme a lui. Non esiste il “prima o poi”, qui si vince o si perde nel momento in cui la mossa viene giocata.
C’è una regola che aggiunge profondità al gioco: se entrambi i giocatori fanno sei mosse consecutive di spostamento — senza mai posizionare nuove pietre — il partita finisce in pareggio. Questo impedisce ai giocatori di rimanere bloccati in un ciclo infinito, costringendoli a prendere decisioni rischiose piuttosto che evitare ogni conflitto.
La scacchiera, con la sua forma esagonale e i suoi 61 spazi disposti come una stella, crea un’atmosfera di intimità strategica. Non è un labirinto: è un campo da battaglia compatto dove ogni pietra può diventare l’ultimo tassello o la propria tomba. Una mossa apparentemente innocua, come posizionare una pedina in un angolo, può chiudere ogni via di fuga per te stesso. Eppure, a volte è proprio quel gesto disperato che apre la strada alla vittoria.
Il gioco non ha fortuna, non ha componenti complessi: solo il tabellone e due colori di pietre. Ma dentro questa semplicità si nasconde una profondità rara. Non è un gioco da imparare in cinque minuti, ma nemmeno uno che richiede anni per essere padroneggiato. È un equilibrio perfetto: facile da capire, difficile da dominare.
C’è qualcosa di magnetico nel modo in cui Susan trasforma ogni mossa in una scelta esistenziale. Non si gioca per accumulare territorio o per controllare aree; si gioca per non morire prima dell’avversario. E quando finalmente riesci a circondare la sua ultima pietra, senza che nessuna delle tue venga catturata nello stesso istante… è un momento di silenzio totale. Non serve gridare: basta guardare il tabellone e capire che hai vinto — non per fortuna, ma perché hai calcolato esattamente dove mettere il tuo ultimo passo.
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