Nel 1916, tra i campi francesi e le trincee fangose, britannici e francesi lanciarono un’offensiva su larga scala per spezzare la linea tedesca: fu il “Big Push”, un tentativo disperato di riaprire il fronte occidentale. Ma qui non si guadagna terreno con coraggio, solo con sacrificio.
Il gioco è pensato per due o tre giocatori: uno comanda le forze alleate (britanniche e francesi), l’altro i tedeschi in difesa; se sei in tre, ciascuno assume un ruolo separato. Ogni turno rappresenta una settimana di combattimento, con fasi ben definite: prima il fuoco d’artiglieria, dove ogni colpo può essere contrastato da controbatterie nemiche; poi la spinta delle truppe, seguita dalle assalti dichiarati e dai tentativi di rafforzare le unità con risorse del comando. Le unità vanno da reggimenti a divisioni, ciascuna con una forza che varia tra 700 e 1500 uomini, mentre artiglieria, cavalleria e carri armati agiscono più come potenza di fuoco che come masse umane. Il terreno è rappresentato da una griglia quadrata, non esagonale: un dettaglio voluto per rendere più realistica l’impossibilità di manovre laterali in un fronte così statico.
Vinci accumulando pressione sul nemico, costringendolo a cedere posizioni chiave o a esaurire le sue riserve. Ma la vittoria non è mai netta: qui si misura il prezzo della guerra, non solo i chilometri conquistati. Ogni unità disordinata ha bisogno di tempo per riprendersi; ogni rimpiazzo è un’altra vita persa.
The Big Push non celebra la battaglia, la racconta con rigore e rispetto. È un gioco che ti fa sentire il peso della storia: ogni dado lanciato, ogni spostamento, ogni perdita ha un nome, una storia, un prezzo troppo alto da dimenticare.
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