The Money Game è un gioco da tavolo del 1928 che trasforma l’economia in una storia: un ingegnere naufragato su un’isola deve scambiare oro con gli abitanti per raccogliere pezzi di macchinari, mentre loro cercano di accumulare il maggior denaro possibile. Non è solo un gioco di carte e soldi — è una lezione vivente sul credito, la domanda, l’offerta e il potere della moneta.
Il set include due mazzi: uno con i pezzi delle macchine, l’altro con banconote. Tre partite diverse si sviluppano attorno a questa premessa. Nella prima, un giocatore fa da ingegnere, gli altri dagli isolani. L’ingegnere vuole completare set di pezzi per costruire imprese complete, ma ogni volta che compra da uno stesso isolano, i prezzi salgono. Gli isolani, invece, cercano di spremere il suo oro fino a farlo fallire: chi possiede più banconote di quanto l’ingegnere può coprire con il suo oro vince.
Nella seconda partita, gli isolani diventano acquirenti e gareggiano tra loro per comprare i prodotti dell’ingegnere. Lui non gioca: è solo il banchiere che gestisce le transazioni. Qui la vittoria va a chi riesce ad accumulare più merci, dimostrando di aver capito come sfruttare meglio l’offerta e i prezzi.
La terza partita è quella più profonda: l’ingegnere, ora diventato finanziere, concede prestiti agli isolani per permettergli di acquistare tra loro i pezzi necessari a completare gli imprese. Lui paga 200 sterline per ogni set completo che gli viene consegnato. Ma i soldi prestati circolano solo tra gli isolani, creando una rete di debiti e obblighi reciproci. È qui che si capisce davvero come funziona il sistema bancario: non sono le banconote a fare ricchi, ma la fiducia e l’indebitamento condiviso.
Il gioco richiede calcoli semplici, gestione delle risorse e un po’ di bluff. Non è un simulatore perfetto, ma riesce a rendere tangibile qualcosa che spesso resta astratto: il denaro come strumento sociale, non solo numerico. Fu ideato da Angell già nel 1912, prima della guerra, e pubblicato come libro con le carte e i soldi incastonati in scomparti alla fine del volume. Nessuna versione successiva fu mai realizzata — forse perché, in fondo, non serviva migliorarlo: aveva già detto tutto ciò che c’era da dire.
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