The New Game of Human Life è un viaggio attraverso l’esistenza umana, raccontato in 84 tappe che vanno dalla nascita all’immortalità. Nato nel 1790 come gioco educativo per bambini e giovani, non è semplicemente una corsa su una plancia: è un percorso morale, dove ogni passo porta con sé una lezione, una scelta o una conseguenza. Ogni spazio rappresenta un momento della vita – dall’infanzia alla vecchiaia – e il tuo cammino non dipende solo dal caso del dado, ma da come reagisci a ciò che incontri lungo il tragitto.
Si gioca con un totum, una trottola a sei facce, simile a un dado ma più adatto ai salotti dell’epoca. Ogni giocatore gira la trottola due volte per turno e muove il proprio segnalino di conseguenza lungo un percorso serpente che avanza in senso antiorario, partendo dal basso a sinistra. L’obiettivo è raggiungere l’ottantaquattresima casella: l’Uomo Immortale, simbolo di una vita vissuta fino alla sua pienezza. Ma non basta arrivare fin là: se superi quel numero, devi tornare indietro esattamente dei punti in eccesso. È un invito a essere precisi, a non bramare la vittoria con troppa fretta.
Le regole sono semplici, ma le conseguenze no. Ogni casella ha un nome – il Ragazzo Studioso, l’Uomo Prodigo, il Vecchio Galante – e ognuna ti chiede qualcosa: pagare una posta, saltare due turni, avanzare di colpo o tornare indietro. Non puoi fermarti su nessuno dei sette “stadi” della vita (infanzia, gioventù, maturità, mezza età, vecchiaia, decrepitezza e senilità): se atterri su uno di questi punti chiave, devi proseguire oltre. E non è un semplice movimento: ogni volta che superi una soglia di dodici anni, la tua traiettoria cambia. Un ragazzo attento a 7 anni viene premiato con un gettone e spinto fino all’Oratore a 42; il giovane svogliato a 19 deve pagare e finire al Cantante, dove la vita si fa leggera ma forse superficiale. Il Duellista a 22 perde due gettoni e viene rimandato indietro fino al Ragazzo, come se il suo orgoglio lo avesse fatto tornare all’infanzia.
C’è chi guadagna: l’Uomo Saggio che raggiunge i 58 anni va dritto a trovare l’Uomo Tranquillo a 82; la moglie fortunata di un uomo sposato riceve due gettoni per il suo corredo e si trasforma in Buon Padre. Ma c’è anche chi cade: il Bevitore a 63 torna al Bambino, come se l’alcol avesse cancellato anni di esperienza; il Satirista a 77 paga quattro gettoni e viene spedito dal Ragazzo Malvagio, quasi a ricordare che la cattiveria non è una virtù nemmeno in età avanzata. E poi c’è l’autore tragico: chi arriva alla casella 45, dopo aver raccontato storie di dolore e perdita, viene trasportato direttamente all’Uomo Immortale – la vittoria non è per il più veloce, ma per colui che ha saputo vivere fino in fondo.
Il gioco non ti dice cosa fare: ti mostra le conseguenze. Non c’è un “bene” o un “male” assoluto, ma una serie di scelte che accumulano peso. Il Compiacente a 26 anni resta fermo al suo posto finché qualcun altro non lo sostituisce: è un invito alla generosità, ma anche all’attesa. L’Uomo Avaro e il Giocatore d’azzardo sono lì per ricordarti che la ricerca del denaro può diventare una prigione. E chi arriva a 84 non vince perché ha fatto più mosse: vince perché ha attraversato la vita senza fuggire da sé.
Il fascino di questo gioco sta proprio nella sua semplicità apparente e nella profondità nascosta. Non è un gioco per bambini solo perché i personaggi sono disegnati con linee chiare e colori vivaci: è un gioco per chi vuole riflettere su come si costruisce una vita, anche senza accorgersene. I genitori dell’epoca lo usavano per parlare di virtù, vizi, responsabilità e destino con i figli, facendoli fermare davanti a ogni casella e chiedendo: “Cosa pensi che succeda a chi sceglie questa strada?”. Non era un modo per imporre regole morali rigide, ma per aprire una conversazione.
Le meccaniche sono quelle di un gioco da tavolo dell’Ottocento: lancio del dado, movimento lineare, premi e penalità. Ma qui ogni azione ha un significato più ampio. Non si tratta solo di arrivare per primi: è la somma delle tue scelte che ti definisce. Il giocatore che evita le tentazioni, che impara dai propri errori, che mantiene la calma e l’empatia – anche quando il dado non gli dà ragione – è quello più vicino all’Uomo Immortale.
Eppure, non c’è giudizio morale rigido. Il Trifolone a 19 anni non viene punito per essere frivolo: viene mandato dal Cantante, come se la leggerezza fosse una tappa naturale della giovinezza. L’Uomo Malinconico e il Sospettoso sono lì, ma non sono demonizzati: fanno parte del mosaico umano. Questo gioco non promuove un ideale di perfezione, ma riconosce che la vita è una serie di alti e bassi, di cadute e risalite.
Si può giocare da soli o in dodici, con gettoni come valuta: chiunque abbia almeno una dozzina di segnalini può partecipare. Il totum va girato due volte per turno – non si usano dadi a cubo, perché nel 1790 era considerato più adatto ai salotti. E ogni volta che qualcuno arriva alla casella 84, la partita finisce: non c’è un vincitore assoluto, ma chi ha vissuto meglio il percorso.
Non è un gioco che si dimentica facilmente. Perché non ti diverte solo con le mosse, ma con i pensieri che lascia. Ogni volta che lo apri, rivedi la tua vita attraverso gli occhi di un ragazzo studioso, di un marito fedele, di un vecchio che ha visto troppo e ancora sorride. È un gioco che non ti chiede di essere il migliore: ti chiede solo di essere sincero.
E forse, proprio per questo, è ancora così vivo.
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