Nel febbraio del 1904, sotto un cielo senza luna, le torpediniere giapponesi scivolano silenziose nell’acqua calma del porto di Port Arthur. La guerra è già cominciata, anche se nessun comunicato ufficiale lo ha ancora annunciato. I russi dormono. Al mattino, la flotta è in fiamme. È l’inizio di una battaglia che cambierà per sempre il modo di combattere: cinque mesi di trincee, artiglieria pesante, filo spinato e attacchi suicidi contro fortificazioni progettate per un’altra epoca.
The Siege of Port Arthur ti porta in prima linea durante l’assedio che segnò la guerra russo-giapponese. Non è una battaglia di manovre rapide, ma un lento e sanguinoso logoramento: il giapponese deve spingersi avanti con attacchi frontali contro posizioni ben fortificate; il russo deve resistere, controllare i punti chiave e far pagare caro ogni metro guadagnato. Il terreno è diviso in esagoni di circa 400 metri ciascuno, dove unità da compagnia a battaglione si scontrano con tiri d’artiglieria, fuoco di fucileria e combattimenti corpo a corpo nei cosiddetti “killing zones”, aree mortali dove i soldati vengono decimati prima ancora di poter reagire.
Il gioco è pensato per due giocatori: uno controlla l’offensiva giapponese, con la sua pressione costante e le risorse sempre più esigue; l’altro difende i bastioni russi, dove ogni pezzo d’artiglieria, ogni trincea e ogni postazione di mitragliatrici conta. Le regole integrano meccaniche precise: il fuoco incrociato delle batterie navali russe, la risposta dell’artiglieria giapponese con i cannoni da assedio, le controbatterie che cercano di silenziare i pezzi nemici. I dadi determinano l’esito degli attacchi, ma è il piano e la gestione delle risorse a decidere chi vincerà.
L’obiettivo non è semplicemente conquistare la città: devi prendere una serie di obiettivi strategici disposti sulla mappa — fortini, colline, punti di osservazione — e mantenerli. Il russo vince se riesce a resistere fino alla fine del turno previsto; il giapponese deve conquistare un numero sufficiente di posizioni prima che le sue truppe si esauriscano o la sua logistica collassi.
Questo gioco non è solo una ricostruzione storica: è uno specchio sulle guerre future. Port Arthur fu l’anticipazione della Prima Guerra Mondiale, dove il filo spinato, le trincee e i bombardamenti massicci divennero la norma. Gli osservatori tedeschi che seguirono da vicino lo scontro ne trassero insegnamenti che avrebbero plasmato l’artiglieria sul fronte occidentale. Qui, ogni attacco costa vite; ogni difesa richiede disciplina e coraggio. Non c’è gloria facile, solo un terreno martoriato da cannoni e sangue.
Il gioco arriva con una mappa tricolore di 17x22 pollici, 255 gettoni (sessanta dei quali vuoti per personalizzazioni) e un manuale di dodici pagine che spiega ogni dettaglio senza appesantire. È complesso, ma non ostile: la solitaria è ben bilanciata, il tempo di gioco si aggira tra le due e le tre ore, e ogni partita ti lascia con l’impressione di aver vissuto qualcosa di autentico — non un gioco da tavolo, ma una battaglia che ha segnato la storia.
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