The Talking, Feeling, and Doing Game è un gioco da tavolo pensato per aiutare i bambini a esprimersi in modo naturale e giocoso. Nato negli anni Settanta come strumento terapeutico, si presenta come una semplice corsa su un tabellone colorato, con dadi e pedine: niente di strano, se non per le carte che nascondono domande dolci ma profonde.
Ogni giocatore gira la ruota e muove il proprio segnaposto lungo il percorso. Quando atterra su una casella, pesca una carta: potrebbe chiedere “Cosa ti fa sentire al sicuro?”, “Quando hai avuto paura di parlare?” o “Che cosa fai quando sei arrabbiato?”. Non c’è vincitore né perdente. L’obiettivo non è arrivare per primo, ma scoprire qualcosa di sé attraverso le parole.
Il gioco nasce in ambito clinico, ideato da psicologi per facilitare il dialogo con i bambini tra i quattro e i dodici anni che faticano a esprimere emozioni complesse. Le carte non sono un quiz, ma uno specchio: offrono spazio per raccontare senza paura di essere giudicati. È un modo gentile per aprire porte che altrimenti resterebbero chiuse, soprattutto quando le domande dirette fanno sentire a disagio.
Per questo motivo, è pensato per essere usato da professionisti: terapeuti, educatori, psicologi che sanno ascoltare e rispondere con sensibilità. Non è un gioco da fare in famiglia, perché le emozioni che emerge possono essere intense, e servono competenze specifiche per accompagnare il bambino senza influenzarlo o fraintendere.
Nonostante la sua origine seria, ha un cuore leggero: una corsa a rotelle, pedine colorate, risate e silenzi che diventano parole. È un gioco che non si dimentica perché non cerca di divertire per forza — ma di far sentire il bambino visto, ascoltato, accettato proprio come è. E talvolta, questo è già un grande regalo.
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