Xiangqi, noto in Occidente come scacchi cinesi, è un gioco di strategia antico e raffinato che ha affascinato generazioni in Cina e oltre. Nato nell’era dei Regni Combattenti, il suo nome originario faceva riferimento a pezzi d'avorio usati per altri giochi; solo con la dinastia Tang si è evoluto nella forma che conosciamo oggi, ispirata alle tattiche militari dell’antica Cina e parente stretto degli scacchi indiani Chaturanga.
Si gioca su una scacchiera di 9×10 linee, dove i pezzi si muovono sugli incroci, non sui quadrati. Al centro della tavola scorre un fiume immaginario che divide in due gli schieramenti: ognuno difende il proprio palazzo, una zona rettangolare di 3×3 caselle dove risiede il generale. L’obiettivo è diretto ma profondo: catturare il generale avversario, non per scacco matto come negli scacchi occidentali, ma con un movimento diretto che lo metta in linea di vista senza pezzi intermedi.
I pezzi hanno ruoli ben definiti e movimenti precisi. Il generale si muove di una casella alla volta, solo all’interno del palazzo, e non può mai trovarsi sulla stessa colonna del generale nemico senza un ostacolo tra loro. Gli consiglieri avanzano in diagonale sempre nel palazzo; i carri percorrono righe e colonne a distanza illimitata; gli elefanti saltano due caselle in diagonale ma non possono oltrepassare il fiume, limitando così la loro portata. I cavalli si muovono come un L: una casella dritta, poi una in diagonale — ma se qualcuno blocca il primo passo, restano fermi. E poi ci sono i cannoni, unici nel loro genere: si spostano come i carri, ma per catturare devono saltare esattamente un pezzo, amico o nemico che sia. Infine, i pedoni avanzano dritti fino a oltrepassare il fiume; solo allora possono muoversi lateralmente, guadagnando in versatilità.
Ogni pezzo ha una sua identità e ogni mossa richiede previsione. Non esistono lanci di dado né fortuna: qui vince chi comprende i tempi, le aperture e la coordinazione tra le forze. Il gioco è profondo senza essere ostico, complesso ma non confuso. Le regole sono eleganti nella loro precisione, e ogni partita diventa un dialogo silenzioso tra due menti.
I set più semplici sono in plastica o legno grezzo; quelli da collezione, intarsiati in giada o sandalo, trasformano la scacchiera in un oggetto d’arte. Esistono varianti — come il Banqi o il Changgi coreano — ma Xiangqi rimane l’originale, vivo e giocato ancora oggi nei parchi di Pechino, nelle sale da tè e davanti a schermi digitali, con la stessa intensità di mille anni.
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